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IL PICCOLO MONDO DI MADRE DILETTA (Seconda parte)

Ecco la seconda parte del racconto. (Lasciate un vostro commento se vi è piaciuto. Grazie)

L’indomani, di buon mattino, Madre Diletta preparò la cavalla del convento legandola al calesse che usava per i suoi spostamenti e si recò presso la Parrocchia di Sant’Egidio per parlare con don Silvano. Forse lui poteva fornirle qualche informazione in più riguardo la notizia dei francesi in arrivo. Al suo arrivo il prete la accolse in canonica e le confermò che anche lui aveva sentito quelle voci, pertanto il giorno prima si era recato a colloquio con il Vescovo. «Purtroppo, Reverenda Madre, queste notizie sono tristemente vere!» le disse sedendosi su una panca di legno e facendole cenno con una mano di accomodarsi su una sedia vicina «Le notizie sono molto peggiori di quanto si potesse immaginare, oggi stesso, infatti, mi ero riproposto di passare al convento ad avvisarvi del pericolo incombente! I francesi hanno dato ordine di sopprimere tutti gli ordini religiosi e di confiscarne i beni ed i monasteri per utilizzarli come alloggi per i soldati! Hanno dato un ultimatum al Vescovo, il quale sta pensando come fare per fronteggiare questa situazione insostenibile, ma ancora non si vedono soluzioni. Si sta cercando di mediare, di trovare accordi, ma i giacobini locali, quelli che hanno abbracciato le idee rivoluzionarie e si sono alleati con i francesi non sono affatto collaborativi! Hanno detto solo che su questi provvedimenti non si transige. Mi duole molto darvi queste brutte notizie, ma purtroppo è questa la realtà!». A quelle parole la Badessa trasalì, un lungo brivido le percorse la schiena. I fatti erano molto più gravi di quanto pensasse. E adesso che cosa poteva fare? Cosa ne sarebbe stato del monastero e delle sue consorelle? Si fece il segno della croce, come per scacciare i cattivi pensieri «Cosa mi consigliate di fare don Silvano? Cosa devo dire alle mie consorelle? Questa è una sciagura inaudita. Noi non siamo preparate ad una cosa del genere, non possiamo lasciare il convento!» disse con la voce tremante per l’emozione. Il parroco scosse il capo lentamente e sembrò valutare le parole da dirle «Nessuno di noi è preparato a quello che sta accadendo, tutto è successo così rapidamente! La rivoluzione rappresenta il sovvertimento dei valori nei quali noi abbiamo creduto da sempre, e per i quali abbiamo abbracciato la vita religiosa e abbiamo preso i voti. Ma ora tutto questo ci viene negato e addirittura vietato! Io vi consiglio solo di aspettare le indicazioni del Vescovo, non sono in grado di darvi altri consigli. Tornate al convento, parlatene fra di voi. Iniziate a pensare a come organizzarvi di fronte a tali evenienze! Più di questo non so dirvi, mi spiace davvero tanto!». La monaca fece cenno di si con la testa, si alzò con uno sforzo dalla seggiola, le forze sembravano averla abbandonata, di colpo. Si sentiva stanca, vecchia, anche se aveva solo trent’anni. La verità era che non sarebbe voluta tornare al monastero con quelle brutte notizie, ma doveva farlo. «La ringrazio don Silvano per avermi detto come stanno le cose. Dobbiamo essere forti e confidare nel Signore, pregare e sperare nella sua misericordia!». «Certamente Reverenda Madre, preghiamo e manteniamo viva la speranza che si possa trovare una soluzione. Voi contate pure su di me per ogni cosa, venite, vi accompagno al vostro calesse». Lungo la strada del ritorno Madre Diletta iniziò ad organizzare le idee sul da farsi. Innanzitutto dovevano prepararsi tutte spiritualmente: quella notte stessa avrebbero fatto una veglia di preghiera per chiedere l’intercessione e l’ausilio della Madonna. L’indomani avrebbero cominciato ad accantonare i loro pochi averi per fare fronte ad ogni evenienza, e poi si sarebbero organizzate anche nel caso le avessero mandate via. Ma via dove? Davvero non poteva ancora credere a quello che stava succedendo… Ad un certo punto, mentre si stava avvicinando al crocevia che intersecava la strada che portava a Ferrara, scorse un gruppetto di militari che si erano messi in mezzo alla strada. Quando arrivò davanti a loro col suo calesse questi le intimarono di fermarsi. Erano due soldati francesi, in uniforme blu, mentre un altro era italiano e indossava una divisa simile a quella dei francesi ma con la giacca di panno verde. L’italiano si presentò come tenente della Guardia Nazionale giacobina, le disse di scendere che dovevano controllare il calesse. «Ma cosa volete che porti con sé una povera monaca benedettina? Tutti sanno che abbiamo fatto voto di povertà!» disse Diletta scendendo di mala voglia. Quei soldati francesi non le piacevano per niente, avevano dei modi rozzi, e sembravano perfino ubriachi! Questi senza dire una parola iniziarono a frugare dentro la piccola panca che fungeva da sedile. «E’ vuota!» protestò Madre Diletta, ma cosa pensate di trovare? Non tengo mai niente nella cassetta del calesse, come vi ho già detto!» sentendo quella voce, dal tono imperioso ma dolce, molto femminile, i francesi iniziarono a guardarla con maggior interesse. Diletta era una donna nel pieno della maturità, e anche se fasciata dalle vesti monacali che la coprivano dalla testa ai piedi, si capiva che era di belle fattezze. Con un mezzo sorriso sardonico il più vecchio di loro dette un piccolo colpetto di gomito all’altro soldato, senza dare nell’occhio, e si avvicinò alla religiosa. «Madame» disse piazzandosi di fronte a lei «Si tratta solo di un normale controllo» disse in un italiano stentato «non avete di che preoccuparvi se non nascondete nulla!» continuò sforzandosi di rimanere serio. Il puzzo di alcool arrivò fino a Madre Diletta, che arretrò di un passo «Ma cosa dovrei nascondere? Vi ho detto che sono solo una monaca, non ci sono forse monache in Francia, non ne avete mai vista una?» disse in tono di sfida. Ma a quel punto il soldato più giovane, che era tornato ad armeggiare dentro la cassapanca vuota fece una esclamazione a voce alta: «Parbleu! Regardéz ici!» (Perbacco guardate qui! Ndr). Tutti si voltarono a guardare. In quel momento il soldato giovane estrasse dalla cassapanca una pistola! «Elle cachant ça!» (Nascondeva questa! Ndr). Diletta rimase esterrefatta nel vedere quell’arma. Anche il tenente giacobino era allibito, non sapeva più cosa dire. Fu il francese più vecchio ad aprire la bocca per primo, urlando: «Ci avete nascosto un’arma! Siete una ribelle! Dovete essere una sovversiva che aiuta i ribelli!». Madre Diletta ebbe un balzo al cuore «Ma vi assicuro che io non so niente di pistole o di ribelli! Sono la Badessa del santuario della Beata Vergine del Poggetto!» poi, rivolta all’italiano «Dovete credermi, la cassetta sul calesse è sempre vuota, la usiamo per sederci! O mio Dio ma cosa succede?». L’italiano a quelle parole cercò di rincuorare la monaca «Non so che dire Madre, è un fatto davvero incomprensibile, bisogna valutare…» ma non fece in tempo a dire altro che il francese più vecchio lo interruppe imperiosamente «Non c’è niente da dire! Qui c’è un’arma! La teneva nascosta e per questo è in arresto!» Poi, afferrando con forza Diletta per un braccio le disse, «Venga con noi dobbiamo interrogarla!» e così dicendo la spinse verso un casolare diroccato che si trovava a qualche decina di metri di distanza.

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IL PICCOLO MONDO DI MADRE DILETTA (Prima parte)

Carissimi amici e cari visitatori del mio blog, insieme agli amici di WorbasStudio ed ai primi lettori del romanzo “GLI INSORGENTI DEL BASSO PO”, abbiamo pensato di pubblicare un Prequel a puntate che ci aiuterà calarci meglio nel triennio giacobino 1796-1799, l’epoca in cui accaddero le vicende (vi ricordiamo che il romanzo è tratto da una storia realmente accaduta) di cui si narra nel libro.
Buona lettura, e se vi piace lasciate un vostro commento, grazie!
A.F.

IL PICCOLO MONDO DI MADRE DILETTA
(Prima Parte)

“Nessuno in monastero seguiti il proprio volere. Né ardisca veruno di venire a proterva contesa coll’Abbate, o dentro o fuori del monastero. Che se l’abbia fatto, sia sottoposto alla pena della Regola. Esso Abbate però faccia tutto con timore di Dio e osservanza della Regola; sapendo ch’egli fuor di dubbio dovrà rendere conto a Dio, giudice di tutti i suoi giudizi”.
(San Benedetto da Norcia)

Un falco volava alto nel cielo azzurro, si librava nell’aria sfruttando la calda spinta delle correnti ascensionali.
Con le ali spiegate disegnava larghi centri concentrici, timonando con le lunghe penne della coda, e ad ogni giro saliva sempre più in alto, sempre di più, verso il sole caldo e lucente. Una pace assoluta, quasi irreale, aleggiava sulle verdi campagne assolate e pianeggianti che si estendevano a perdita d’occhio davanti alla finestra alla quale era affacciata Madre Diletta. Niente e nessuno pareva turbare la quiete del piccolo eremo del quale era la Badessa, ciò non ostante in cuor suo non era affatto tranquilla. Alla mattina, come ogni lunedì, si era recata al mercato di Ferrara – di buon’ora, come suo solito – a vendere le pregiate cuffie ricamate e gli altri corredi lavorati a maglia dalle sue consorelle, e ad acquistare qualcosa per la dispensa del monastero. Ma quello che aveva sentito raccontare in città l’aveva turbata profondamente. Le avevano raccontato che un grosso contingente dell’esercito francese, partito da Milano, quartier generale di Napoleone in Italia, aveva occupato la città di Mantova e si stava dirigendo verso il fiume Po. Aveva sentito parlare di numerose violenze ed uccisioni, di tassazioni al limite del sopportabile ed altre vessazioni nei confronti della popolazione e del clero. Ma quanto c’era di vero in tutto quello che aveva sentito raccontare? Questo non poteva saperlo, e in cuor suo sperava di non conoscere mai la verità «Non è detto che vengano a proprio a Ferrara», pensava «Magari si accontentano di rimanere a nord del grande fiume…» ma il suo sesto senso le diceva che qualcosa di brutto, di molto brutto stava per succedere. Allontanò quei pensieri negativi e si recò presso la cappella a pregare, per sé e per le sue consorelle, delle quali era responsabile. Pregò per le vittime della guerra e affinché il dolore e le violenze, che aveva già colpito tanti innocenti in modo così brutale, e che si stava avvicinando al suo piccolo mondo che era così semplice e ameno, restasse chiuso fuori dal portone del suo convento. Rimase in preghiera a lungo… La regola Benedettina, seguita dalle monache del convento della Beata Vergine del Poggetto, era la più rigida di tutti gli altri ordini monacali, fin dai tempi di Santa Scolastica, la fondatrice dell’Ordine.
L’ora nona era già scoccata, pertanto le monache iniziarono a dedicarsi ai lavori manuali quotidiani: chi si recò nell’orto, chi in mensa, chi in sala ricamo, chi nel giardino del Chiostro. I lavori quotidiani sarebbero continuati fino ai Vespri, le preghiere del tramonto.
Madre Diletta era indecisa se raccontare alle consorelle quanto aveva appreso in città, ma poi decise di non turbare la quiete dell’eremo per quelle che potevano essere solo dicerie, per quanto molto verosimili. Si ripromise però di approfondire la cosa quanto prima.
Era il maggio del 1796 e l’Armee d’Italie, guidata dal giovane Generale Napoleone Bonaparte era avanzata rapidamente nel territorio italiano. Dopo aver sconfitto i piemontesi a Mondovì e l’esercito austriaco a Milano, i francesi marciarono a tappe forzate su Bologna, dove entrarono il 18 giugno. Il 23 giugno fu la volta di Ferrara, dove nel frattempo si era già propagata la voce dell’arrivo imminente degli invasori con le loro repressioni e requisizioni. La municipalità cittadina, dopo aver ponderato il da farsi, decise infine di accogliere l’armata francese aprendo le porte della città, onde evitare spargimenti di sangue e ritorsioni sulla popolazione. Questo atteggiamento benevolo, però, non salvò né i governanti, né tantomeno gli abitanti della città estense, dal pagare un ingentissimo tributo alle truppe napoleoniche. Gli invasori avevano infatti la necessità impellente di sfamare le truppe e procurare sempre nuove armi e munizionamenti per continuare la Campagna d’Italia. Intanto, a Bologna, Napoleone riesce a strappare un armistizio allo Stato della Chiesa: Bologna e Ferrara diverranno possedimenti francesi, mentre Ravenna resterà al Papa. A Ferrara, inizialmente, gran parte della nobiltà agraria e dell’alta borghesia vedeva di buon occhio le nuove idee portate dalla rivoluzione francese, anche perché molto ben pubblicizzate nei circoli intellettuali attraverso la propaganda sulla stampa e gli altri mezzi di divulgazione utilizzati dalle logge massoniche. In seguito, però, di fronte alla brutale realtà che superava di gran lunga ogni proclama e buona intenzione, alcuni tra i più fervidi giacobini iniziarono a ricredersi. Tra le prime imposizioni impartite dal Direttorio Provvisorio Dipartimentale, fu stabilita la decadenza dei titoli nobiliari e la soppressione di ogni ordine religioso. I monasteri dovevano essere requisiti e destinati a caserme o stalle per i soldati e i cavalli dei reggimenti francesi. I beni ivi contenuti, ori, argenti, reliquie, dipinti, statue ed altre opere d’arte, furono confiscati e inviati a Parigi, dove, dopo essere stati messi in vendita, con i guadagni si finanziavano le campagne di guerra francesi ormai estese per mezza Europa. La Rivoluzione doveva essere propagata per tutto il vecchio continente.